A 46 anni dallo storico match di rivincita tra Sandro Mazzinghi e il grande Ralph Dupas vogliamo ricordarlo con questa bella intervista realizzata dall'amico giornalista del "Tirreno" Paolo Falconi.
CASCINE DI BUTI. 46 anni fa, in Australia, Sandro Mazzinghi difendeva il titolo mondiale dei medi: un match che ha fatto storia nel pugilato. Davanti un coriaceo Dupas, pronto a prendersi quella corona; ma il boxeur pontederese non aveva alcuna intenzione di cederla... Sandro, un ricordo di quel combattimento. «I colpi a vuoto nello spogliatoio che riscaldavano la mente. L’odore dell’olio di canfora e di vaselina che saturavano l’ambiente. Mio fratello Guido con gli ultimi consigli: strinsi i pugni e mi guardai le fasce alle mani... Perfette!! Me le sentivo come due bombe pronte a esplodere! Poi una voce: Dai Sandro, tocca a noi. Tirai su il cappuccio e mi diressi verso la porta. L’emozione era la stessa degli altri combattimenti: il rumore della gente, rivedevo tutta la mia vita, i sacrifici fatti per arrivare fin lì. Ma ora dovevo vuotare la mente e pensare solo al match di rivincita». E sul quadrato? «Il mio nome urlato a gran voce, un’ovazione senza precedenti, sembrava che cascasse lo Stadium di Sidney: non potevo e non dovevo deludere chi aveva creduto in me. Con commozione, prima del gong d’inizio, tenni stretta al petto la bandiera tricolore, la mia patria». L’americano Dupas aveva l’esperienza di 135 incontri da professionista, era un vecchio marpione del ring. «Dovevo stare attento nelle prime riprese a non farmi beccare dai suoi colpi veloci e maligni. Incominciai con precauzione, senza considerare gli attacchi che avrebbero potuto aprire un varco nella mia difesa e mi avrebbero esposto così ai colpi d’incontro. Così Sandro Mazzinghi vinse l’incontro alla 13ª ripresa per ko, nonostante una bruttissima ferita per una testata ricevuta. «Una sfida memorabile. Ricordo mezzo stadio pieno di italiani emigrati, momenti ed emozioni che non scorderò». Quanto ti allenavi in palestra per avere sempre così tanto fiato sul ring? «Il mio segreto era la vita sana. Mi allenavo tantissimo anche quando dovevo stare a riposo. Ma l’istinto alla resistenza faceva parte della vita dura che avevo vissuto fin da bambino. Io ho visto la guerra!» All’apice della tua carriera hai disputato circa 30 incontri in 2 anni. Ti sei sentito una macchina da soldi? «No. Ero io che volevo combattere, stavo bene: vincevo prima del limite e mi sentivo un leone. A volte non ho fatto neanche lo stop fisiologico dopo il combattimento e il giorno dopo ero già in palestra. Pensa che a volte ho combattuto dopo 10 giorni dall’ultimo match. Il mio pensiero in quel periodo era costruirmi una casa e assicurarmi un tranquillo avvenire. Farmi una famiglia». Quanto valeva allora essere il campione del mondo? «Tanto. Tutti ti amano e tutte le porte ti sono aperte. Hai visto il film “Lassù qualcuno mi ama”? quando Rocky Graziano alla fine del film passa con la macchina e la gente lo acclama, lanciandogli coriandoli e bigliettini? Essere campioni del mondo voleva dire questo». Che cosa è cambiato nel pugilato da allora? «Tanto. Erano incontri molto difficili, sulle 15 riprese da tre minuti e con guanti da 6 once. Allora trovavi di fronte il campione; ora non si sa se chi picchia è davvero il migliore». Ci sono voci su un film sulla tua vita. «Stiamo lavorando a una sceneggiatura: è al vaglio di alcuni miei collaboratori. Sarebbe molto bello raccontare la mia vita sul grande schermo...». Cosa ti senti di dire ai giovani e pugili di oggi? «Quello che dico sempre ai miei figli che oggi hanno un negozio di ottica sul piazzone a Pontedera: lottate sempre e siate sempre onesti. Solo con la tenacia, la forza fisica e l’onestà che si può arrivare in alto». -
Paolo Falconi